Il governo certifica 120 miliardi di spesa. La Corte dei Conti misura solo il 6% del valore delle opere pubbliche effettivamente chiuse e collaudate. Due metriche, due immagini molto diverse del Piano.

Il 30 giugno 2026 ha segnato il termine ufficiale fissato dalla Legge 50/2026 per la conclusione fisica dei cantieri finanziati dal PNRR, il programma da 194,4 miliardi di euro che ha reso l'Italia il principale beneficiario tra i Paesi destinatari dei circa 750 miliardi stanziati da Bruxelles attraverso Next Generation EU. Le amministrazioni hanno tempo fino al 31 agosto per completare la documentazione su ReGiS, mentre la richiesta dell'ultima rata dovrà arrivare a Bruxelles entro il 30 settembre, con i bonifici attesi entro fine anno. Sulla carta, dunque, il countdown formale si è concluso. Ma la lettura dei numeri disponibili a ridosso della scadenza restituisce un quadro che merita di essere scomposto con attenzione, perché le diverse fonti raccontano storie sensibilmente diverse a seconda della metrica utilizzata.

Il governo, per voce del ministro Foti, ha indicato circa 120 miliardi di euro certificati al 30 aprile, ai quali si aggiungono 24 miliardi riallocati su strumenti finanziari gestiti da Cassa Depositi e Prestiti — le cosiddette facilities — che richiedono solo l'attivazione entro la scadenza formale, ma permettono di completare i programmi effettivi fino al 2029. Si tratta di un dato di spesa certificata, non di opere concluse: una distinzione che nella comunicazione pubblica tende a sfumare, ma che è cruciale per valutare lo stato reale di avanzamento fisico del Piano.

La Corte dei Conti, nella relazione semestrale pubblicata a fine maggio, offre una fotografia più granulare e meno ottimistica. Ad aprile risultavano completate solo 11 delle 159 scadenze europee previste per il primo semestre 2026 — un numero che segnala quanto la fase conclusiva del Piano sia stata compressa negli ultimi mesi utili. Sul fronte delle opere pubbliche, la Corte certifica che il 36,7% dei progetti finanziati risulta concluso. Il dato più significativo, tuttavia, riguarda il valore economico di quanto effettivamente completato e collaudato: appena il 6% circa degli investimenti complessivi stanziati per le opere pubbliche corrisponde a cantieri interamente chiusi e verificati. Questo scarto tra numero di progetti conclusi e valore economico dei progetti conclusi indica che a essere terminati sono stati prevalentemente micro-interventi, manutenzioni di modesta entità o opere già avviate prima del PNRR e successivamente assorbite nel Piano — i cosiddetti "progetti nativi" — mentre le infrastrutture di rete più corpose, come i lotti dell'alta velocità nel Mezzogiorno, l'ammodernamento dei nodi portuali e i grandi programmi di rigenerazione urbana, si prolungheranno inevitabilmente oltre la scadenza formale.

Anche l'analisi di Openpolis, condotta sui dati della Commissione Europea, individua 60 misure con scadenza realmente perentoria al 30 giugno, per un valore di 96,4 miliardi di euro distribuiti su 45.506 progetti locali, di cui 60,4 miliardi coperti da fondi europei. A ridosso del termine, i pagamenti relativi a queste misure risultavano fermi al 49%. Tra i cantieri più esposti al rischio di ritardo figurano i nodi ferroviari metropolitani, per 6,5 miliardi di euro, l'edilizia scolastica, per 4,9 miliardi, e le linee ad alta velocità verso il Nord Europa, per 4,6 miliardi — settori che intersecano direttamente il patrimonio immobiliare pubblico e la sua riqualificazione.

Resta aperta anche la valutazione dell'impatto macroeconomico complessivo. Secondo l'Ufficio Parlamentare di Bilancio, l'effetto cumulato del PNRR sulla crescita italiana si attesta finora intorno a 1,8 punti percentuali di PIL, pari a circa 40 miliardi di crescita aggiuntiva in quattro anni e mezzo — un risultato rilevante ma più contenuto rispetto alle proiezioni ottimistiche circolate al momento della presentazione del Piano nel 2021. Va inoltre considerato che le stime di impatto dipendono da modelli macroeconomici, come il MeMo-It sviluppato da Istat, che scontano ipotesi sui moltiplicatori di bilancio, e che le revisioni concordate con Bruxelles nel corso degli anni hanno spostato risorse verso misure più semplici da rendicontare, con effetti presumibilmente diversi da quelli originariamente stimati per gli interventi infrastrutturali più complessi.

Il quadro che emerge, letto nel suo insieme, non è né il successo netto suggerito dalle cifre di spesa certificata, né il fallimento implicito nei dati più critici sulla percentuale di opere effettivamente collaudate. È piuttosto la fotografia di un Piano che ha raggiunto risultati concreti e misurabili sul fronte della digitalizzazione e delle riforme procedurali, ma che sconta ritardi strutturali proprio sulle infrastrutture fisiche di maggiore complessità — quelle che incidono più direttamente sulla qualità del patrimonio edilizio pubblico e sulla capacità del Paese di tradurre gli investimenti straordinari ricevuti in trasformazione duratura del territorio.